MOSTRI UMANI: RIFLESSIONI SU “FRANKENSTEIN” E “ALIEN”

Nella storia del cinema horror e fantascientifico, tanti sono i film che hanno scritto ed influenzato la settima arte.
Quest’oggi mi vorrei concentrare su due pellicole in particolare, ovvero, “Frankenstein” di James Whale, del 1931 e “Alien” di Ridley Scott del 1979, due tra i mostri più iconici visti sul grande schermo.
Per quanto mi riguarda ci troviamo difronte a capolavori di portate gigantesche ma non mi voglio soffermare sul lato tecnico, anzi, non lo farò affatto.
La mia volontà è quella di raccontare come queste due opere, attraverso i loro mostri, esplorino temi profondi riguardanti la condizione umana, la società e le conseguenze delle azioni umane.


“FRANKENSTEIN” (James Whale, 1931)

dottor-frankenstein-crea-mostro

Creazione della vita e responsabilità morale

Prodotto dalla Universal e diretto da James Whale, questo film è tratto dall’omonimo romanzo scritto dalla britannica Mary Shelley nel lontano 1818, considerato, all’interno del panorama letterario, il primo romanzo di fantascienza.
La storia di Shelley, un classico della letteratura gotica, esplora temi complessi come la creazione della vita, la responsabilità morale dello scienziato, e le conseguenze dell’ossessione umana per il controllo della natura.
Il regista Whale parte dal genere dell’opera scritta per finire a mescolarlo con il genere horror, per raccontare le vicende di un uomo consumato dalla propria ambizione, dalla propria ricerca del sapere ed ossessionato dall’idea di creare vita dalla morte.
La rappresentazione cinematografica di Whale ha introdotto elementi iconici che sono diventati sinonimo della figura di Frankenstein nel cinema, come l’uso delle atmosfere gotiche e le tecniche di illuminazione espressioniste per creare un senso di terrore e suspense.

Emarginazione sociale e paura del diverso

La sua creazione, vera protagonista della pellicola, diventa il simbolo dell’emarginazione sociale, della paura del diverso e dell’incontrollabile.
La creatura di Frankenstein, interpretata magistralmente da Boris Karloff (proprio qui venne lanciata la sua carriera), incarna il dolore e la tragedia di chi è considerato “altro” dalla società.
Queste interpretazioni sono particolarmente significative considerando che Whale era apertamente omosessuale, una condizione che, all’epoca, comportava un notevole stigma e ostracismo.
La sua esperienza personale di emarginazione si riflette nella rappresentazione della creatura come un essere solitario e incompreso, in cerca di accettazione in un mondo che lo respinge.

Whale, attraverso il suo film, sembra voler parlare non solo della creatura, ma di tutti coloro che, come lui, erano considerati “diversi” e quindi emarginati.

Nonostante il mostro sia un prodotto dell’uomo, viene respinto dalla società a causa del suo aspetto e della sua natura, venendo trattato come un’aberrazione e una minaccia, piuttosto che come un essere che cerca comprensione e accettazione.
Questo rifiuto sociale è emblematico delle paure e dei pregiudizi che caratterizzano le reazioni umane di fronte a ciò che non comprendono.
La creatura non è malvagia per sua natura, ma diventa pericolosa in risposta alla violenza e all’ostilità che subisce, trovando solo rifiuto e ostilità.
Questo desiderio di appartenenza e amore, insieme alla dolorosa realtà del rifiuto, è un tema universale che risuona ancora oggi.
La narrazione di Whale, quindi, non è solo una storia di terrore, ma anche una profonda riflessione sulla condizione umana e sulle dinamiche sociali di inclusione ed esclusione.
Vi ricordo che stiamo parlando di un romanzo del 1818 da cui è stato tratto un film nel 1931.

Questa puntualizzazione serve a ricordare come, attualmente, le cose, per certi versi, abbiano fatto fatica a cambiare o, per altri, non siano cambiate affatto, anzi, forse sono peggiorate…

mostro-film-frankestein-con-bambina


“ALIEN” (RIDLEY SCOTT, 1979)

mostri-alien-che-attacca-la-protagonista

Nel 1979 Ridley Scott decide di rapire gli spettatori di tutto il mondo, sbatterli nello spazio, chiusi all’interno della nave mercantile Nostromo assieme al suo equipaggio con lo scopo di realizzare una delle più grandi pellicole del genere fantascientifico (ed horror), punto di riferimento di un’intera arte.
E se vi dicessi che dietro la perfezione tecnica sotto ogni punto di vista, l’immensa paura e l’interminabile tensione si nasconde molto di più?
Questo film non fa altro che rappresentare un’enorme e feroce critica nei confronti delle multinazionali e del loro sfruttamento di risorse e persone per scopi egoistici, tra cui quelli bellici.
Scott, attraverso la sua visione, ci offre una narrazione potente che va oltre il semplice intrattenimento, toccando corde profonde e inquietanti del nostro tempo.

La multinazionale senza scrupoli

La compagnia Weyland-Yutani rappresenta il prototipo della multinazionale senza scrupoli

Il suo interesse principale non è l’equipaggio, tanto meno la loro incolumità e la loro sicurezza, ma l’acquisizione dell’alieno come arma biologica.
La nave Nostromo viene dirottata verso il pianeta sconosciuto non per una missione di salvataggio, ma per recuperare una creatura che potrebbe essere utilizzata a fini bellici, mostrando come la compagnia anteponga il profitto alla vita umana.
Questo dettaglio non è un semplice espediente narrativo, ma una potente metafora delle politiche aziendali del nostro mondo reale, dove il profitto spesso supera l’umanità.
Di tutto ciò, ovviamente, l’equipaggio non sa nulla e, di conseguenza, viene trattato come una risorsa sacrificabile.
Le loro vite non hanno valore.
Le loro vite valgono meno rispetto al potenziale profitto che la compagnia può ottenere dall’alieno.
Le multinazionali vedono i propri dipendenti non come esseri umani, ma come strumenti usa e getta per raggiungere i propri scopi.

L’android Ash metafora del controllo spietato

Questo tema è reso ancora più drammatico e tangibile dall’androide Ash.
Esso è programmato con l’obbligo di proteggere l’alieno a tutti i costi, anche a scapito dell’equipaggio umano.
In questo modo, Ash incarna il controllo spietato, che manipola e sacrifica le persone per raggiungere obiettivi predeterminati, evidenziando l’alienazione e la de-umanizzazione che caratterizzano le relazioni lavorative nelle grandi corporazioni.
Inoltre, l’alieno stesso può essere visto sia come una metafora delle conseguenze dell’avidità e dell’ambizione incontrollata delle multinazionali alla ricerca sfrenata del profitto, sia come una potentissima critica all’uomo che si spinge oltre i suoi limiti morali e fisici senza preoccuparsi delle conseguenze.
L’alieno, con la sua implacabile sete di sopravvivenza e distruzione, rappresenta il lato oscuro dell’umanità, una forza primordiale che si risveglia quando l’avidità supera l’etica.
Ridley Scott, nel settare uno standard cinematografico nel genere horror/fantascientifico attraverso uno stile ed un’estetica totali, mette in scena i pericoli dell’avidità e del disprezzo per la vita umana, regalandoci una delle icone femminili più potenti degli ultimi cinquant’anni: il tenente Ellen Ripley.
Ripley non è solo una sopravvissuta, ma una combattente, un simbolo di resilienza e determinazione che sfida e sconfigge non solo l’alieno, ma anche le forze oppressive che minacciano di annientarla.
Con Ripley, Scott ci regala un modello di forza e indipendenza, un’eroina che rappresenta il coraggio e la resistenza di fronte all’inimmaginabile.

ripley-che-cerca-aiuto-contro-i-mostri

Conclusione

Che si tratti di un mostri innocenti in cerca di approvazione o di un mostri assetati di sangue per sua natura, la domanda rimane: chi sono i veri mostri?
In realtà, i veri mostri siamo noi, siamo sempre stati noi, gli esseri umani.
Noi odiamo e respingiamo il diverso.

Lo accettiamo solo temporaneamente per sfruttarlo a nostro vantaggio e piacimento, per poi respingerlo il più lontano possibile quando non ci serve più.
Questa dinamica è alimentata da una paura irrazionale, radicata in una società che ancora oggi fatica ad accettare le differenze.
La vera mostruosità risiede nella nostra incapacità di accogliere l’altro.

Articolo di: CineDistopic

gli altri articoli